Leonardo Spinazzola, ospite del format Drive&Talk prodotto dai canali ufficiali del Napoli, ha parlato apertamente del periodo buio vissuto dopo il grave infortunio subito a Euro 2020. Un racconto intimo, in cui il calciatore ha svelato come il ritorno in campo sia stato solo una parte del recupero, mentre il vero percorso di guarigione è stato affrontare la depressione che lo ha colpito nei mesi successivi.
“Dopo l’entusiasmo iniziale, il buio”
Spinazzola ha descritto il periodo immediatamente successivo all’infortunio come un’altalena di emozioni. All’inizio, la voglia di rientrare in campo lo aveva spinto a fissare obiettivi ambiziosi: “Io quattro mesi e rientro”, aveva detto a se stesso. Ma quando il recupero si è rivelato più lungo e complesso del previsto, è arrivato il crollo psicologico.
“I primi tre mesi ero entusiasta, poi è arrivata la depressione”, ha confessato. “Andavo al campo, ma non ero io. Fingevo di essere allegro, ma dentro ero spento”. Spinazzola ha ammesso di essersi chiuso in se stesso, evitando di aprirsi con amici e compagni di squadra.
La svolta: il supporto di psicologhe e familiari
A fare la differenza nel percorso di ripresa è stato il supporto psicologico: “Non c’è vergogna a chiedere aiuto”, ha affermato Spinazzola, rivelando di aver iniziato un percorso con due psicologhe che tuttora lo seguono. Anche la famiglia ha avuto un ruolo cruciale: “Mia moglie e i miei figli sono stati una medicina naturale”, ha raccontato. Fondamentale anche il rifugio nella sua città natale, Foligno, dove Spinazzola trovava conforto e calore familiare.
Il ritorno in campo: una luce in fondo al tunnel
Nonostante le difficoltà, il ritorno in campo ha rappresentato una svolta per Spinazzola:
“Non ho avuto paura di rientrare. Il campo è stato la mia luce in fondo al tunnel”, ha detto, aggiungendo che la vittoria al rientro ha contribuito a ritrovare fiducia e serenità.
Il difensore ha concluso il racconto con un messaggio chiaro: “La testa è importante quanto il corpo. Non bisogna avere paura di chiedere aiuto”. Un invito a normalizzare il supporto psicologico nello sport, soprattutto in un contesto in cui l’apparente forza fisica degli atleti può spesso mascherare profonde fragilità interiori.


