Otto anni con la fascia al braccio, un trofeo alzato sotto la curva e una vita intera dedicata al Napoli. Paolo Cannavaro non è stato soltanto un difensore, ma un simbolo della passione di una città per la sua squadra. In una lunga intervista, l’ex numero 28 azzurro è tornato a parlare della sua carriera, tra momenti gloriosi e ferite ancora aperte.
“Quando mi fischiarono contro il Torino fu una pugnalata. Stavano attaccando un figlio della città, uno di loro. E io esplosi. Ma non mi pento di niente”, racconta senza filtri. Cannavaro, che ha indossato la maglia del Napoli in Serie B pur avendo offerte da club di A, rivendica le sue scelte: “Dissi al mio procuratore che non volevo nemmeno sentire altre proposte. Volevo solo Napoli. E quando tornammo in A piansi come un bambino”.
Paolo Cannavaro racconta la sua storia con il Napoli
Il rapporto con i tifosi non è sempre stato facile, ma è stato sincero. “Ho alzato un trofeo da capitano, con la sciarpa della curva al collo. Ho realizzato il sogno del bambino che prendeva secchiate d’acqua per vedere gli allenamenti. Più di così non potevo chiedere”. Ma nella carriera di Paolo non sono mancati i pesi da portare, come quello dell’eterna ombra del fratello Fabio. “Per molti ero ‘l’altro Cannavaro’, ma ho imparato a conviverci. E quando abbiamo giocato insieme a Parma, per me è stato un sogno. Dieci anni dopo potevamo ritrovarci a Napoli, ma ci fu negato. Fabio sarebbe venuto anche gratis”.
E poi c’è l’episodio più buio, quello del 2012, legato al calcio scommesse. “Mi misero in mezzo senza motivo. Mi diedero nove mesi, mi dissero ‘se patteggi diventano tre’. Ma io rifiutai. Non avevo fatto nulla. Dopo un mese arrivò l’assoluzione. Tornai in campo, segnai e vidi quello striscione per me e Grava. Una grande emozione dopo tanta ingiustizia”. Sul fronte allenatori, Paolo non ha dubbi: Mazzarri è stato il migliore. “Uomo vero, diretto. Bastava una partita sbagliata e ti convocava nel suo ufficio. Un martello, ma leale. Con Benitez, invece, non ebbi nemmeno una possibilità. Glielo dissi in faccia: avrei voluto almeno poter provare a fargli cambiare idea”.
Il finale di carriera lo ha vissuto a Reggio Emilia, con il Sassuolo, dove ha chiuso il cerchio in un progetto che definisce “magico”: “Siamo partiti ultimi, siamo arrivati in Europa League. Mi sarebbe piaciuto tornare a chiudere a Napoli, ma non ho rimpianti”. E quel mancato trasferimento al Manchester City? “Aperti al dialogo, solo perché avevo capito che con Benitez non c’era spazio. Ma il Napoli chiese troppo e saltò tutto”. Cannavaro chiude ricordando la lettera d’addio ai tifosi: “Sono partito dagli spalti, sono stato raccattapalle, calciatore, capitano. Ho sempre cercato di rappresentare la mia gente. In quella lettera c’è tutto Paolo. Spero che il messaggio sia arrivato”.


