In un’epoca calcistica che esalta la spettacolarità, Vanja Milinkovic-Savic è un elogio alla staticità solenne, alla maestosità permanente. Non salta, sovrasta. Non vola, respinge. Non urla, tace. È il portiere che sembra arrivato da un altro tempo, forse da un altro mondo. Uno che non si flette per mettersi in posa, ma si erge come colonna dorica, come Atlante che regge il cielo, come una figura mitologica catapultata tra i pali, a ridefinire il concetto stesso di portiere.
Due metri e due di altezza, novantasei chili e una barba nera come una notte d’inverno serbo: è il suo segno distintivo, il suo talismano. Un segnale minaccioso che si agita nella mente del rigorista, come una profezia oscura. Quando si presenta sul dischetto un avversario, non trova una porta: trova Vanja, trova la barba, trova le braccia infinite, trova un enigma visivo, prima ancora che fisico. E crolla.
Non è spettacolare, Vanja. È inevitabile. Parate senza rumore, senza eccessi, senza voli pindarici: come se il pallone lo cercasse e non il contrario. Camarda, Morata, Pulisic, Retegui, Castro, Pasalic, Insigne, Dzeko: una galleria di vittime dal dischetto. Con Vanja in porta, il rigore non è più una certezza, ma una roulette interiore. Non basta la tecnica: serve il coraggio di guardarlo in faccia.
Nato in Galizia ma serbo nel sangue, Vanja è figlio di una polisportiva: padre calciatore, madre cestista, fratello centrocampista. Ma lui ha scelto il ruolo più solitario, quello più ingrato e definitivo: il portiere. Ma non è pazzo come spesso si dice dei portieri, né malinconico. È qualcosa di diverso: una presenza verticale e sacrale, che unisce la mistica del monaco alla concretezza dell’operaio.
Come sottolinea il Corriere dello Sport, Vanja è un simbolo, un’immagine che incute rispetto più che stupore. È il Cristo del Corcovado, ma tra i pali. È Temistocle alle Termopili, che restringe il passaggio e non fa passare nessuno. È l’uomo vitruviano del calcio moderno, ma ridisegnato con spalle larghe e mani che sembrano ali d’albatro. È il lupo delle fiabe, che incanta e inquieta. È Ercole in guanti e maglia da gioco, immobile e maestoso.
Non si esalta, non si scompone. Gode in silenzio. E in quell’austerità c’è la chiave del suo carisma. Vanja non è nato per stupire, ma per fermare. Non ama il protagonismo, eppure diventa inesorabilmente protagonista. Lo si guarda, e si ha l’impressione che la porta gli giri intorno, che il gioco si pieghi al suo passo lento e al suo sguardo severo.
Nel firmamento dei portieri, dove hanno brillato Zoff, Bacigalupo, Taglialatela, Moscardelli, Franzosi, Milinkovic-Savic non cerca paragoni. Li sfiora e poi si allontana, come un pianeta che attraversa il sistema solare senza chiedere permesso. E se Zoff era il friulano maestoso e brontolone, Vanja è l’alieno silenzioso e ieratico, arrivato senza clamore, ma destinato a rimanere scolpito nella memoria.
Vanja non è il portiere che sogna il bambino. È quello che teme l’attaccante.


