Paradosso Napoli: bilancio solido ma mercato bloccato dagli ammortamenti

Nonostante 174 milioni di liquidità, il club azzurro sfora l’indicatore del “costo del lavoro allargato”: decisivo il metodo delle quote decrescenti

de laurentiis

 Il Napoli si ritrova con un bilancio tra i più virtuosi della Serie A, ma con il mercato invernale bloccato. Un paradosso che affonda le radici nei meccanismi contabili introdotti dalla FIGC per garantire la sostenibilità economica dei club. Nonostante un patrimonio netto positivo di 190 milioni e ben 174 milioni di liquidità in cassa, la società di Aurelio De Laurentiis si è trovata in difficoltà nel rispetto dell’indicatore chiave per le operazioni in entrata: il “costo del lavoro allargato”.

Napoli e il muro gli ammortamenti

Come sottolinea La Gazzetta dello Sport, da questa stagione, la normativa federale stabilisce che la somma tra stipendi, ammortamenti e commissioni non possa superare l’80% dei ricavi complessivi, comprensivi anche delle entrate da player trading. Un parametro che, a partire dall’estate, scenderà al 70%, in linea con le direttive UEFA. In teoria, si tratta di un principio ispirato alla sostenibilità finanziaria, ma l’applicazione rigida e quantitativa delle regole penalizza chi, pur avendo i conti in ordine, si trova in fase espansiva di investimenti, come nel caso del Napoli.

Il club azzurro ha infatti investito oltre 300 milioni di euro in due stagioni, tra il 2024-25 e la prima parte del 2025-26, inaugurando un nuovo ciclo tecnico con l’arrivo di Antonio Conte in panchina. Tuttavia, proprio questa scelta ha fatto emergere la criticità del metodo contabile adottato dal Napoli per gli ammortamenti: le quote decrescenti.

A differenza della maggior parte dei club italiani, che spalmano gli ammortamenti in modo costante nel tempo, il Napoli adotta un sistema in cui la quota maggiore si concentra nei primi anni di contratto (40% il primo anno, poi 30%, 20%, e così via). Un criterio che, se da un lato risponde a una logica prudenziale per contenere le svalutazioni, gonfia artificialmente i costi nel breve periodo, facendo così sforare i parametri federali.

Un esempio emblematico è l’operazione Beukema, costato 30 milioni: con il metodo adottato dal Napoli, l’ammortamento del primo anno incide per 12 milioni, contro i 6 previsti con il metodo lineare. Una differenza contabile che pesa in maniera decisiva nel calcolo del costo del lavoro allargato, costringendo il club a limitare le operazioni di mercato.

Napoli: il mercato non si sblocca

La FIGC ha riconosciuto la stortura, approvando a dicembre una modifica alle Norme Organizzative Interne della Federazione (NOIF): d’ora in avanti, per i controlli legati alla sostenibilità, i club che utilizzano ammortamenti a quote decrescenti potranno applicare il metodo costante, almeno a fini regolamentari. Tuttavia, la modifica entrerà in vigore solo dal 31 maggio 2026, troppo tardi per incidere sull’attuale sessione invernale.

Per il mercato di gennaio, infatti, il termine ultimo per l’adeguamento dei parametri era fissato al 30 novembre 2025, con dati aggiornati al 30 settembre 2025. Il Napoli, non potendo ancora beneficiare della nuova interpretazione normativa, è stato costretto a calcolare i propri costi secondo il metodo attuale, ritrovandosi così fuori dai limiti consentiti.

Il paradosso si consuma sotto gli occhi di una società che, dal 2004 ad oggi, ha registrato un risultato economico aggregato positivo di 120 milioni, applicando un modello di autosufficienza gestionale che ha permesso di raggiungere due scudetti in tre anni. Eppure, l’attuale impostazione regolamentare non premia le buone pratiche di bilancio, ma piuttosto la flessibilità contabile.

 

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Clesippo
Clesippo
2 mesi fa

se la liquidità di cassa l’avessero avuta Inter Milan e Juve avrebbero approvato la modifica NOIF.
Ma siccome i club blasonati sono di proprietà dei Fondi d’Investimento USA potentissime holding economiche e finanziarie in grado di soverchiare tutto e tutti.
Auguri e buona visione del campionato più farlocco del pianeta Terra.

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