Insigne e la fantasia mediatica del calo di rendimento che, in realtà, non c’è
Il destino di Lorenzo Insigne è in pratica già deciso da svariate settimane. Dopo anni di permanenza, l’estroso attore del calcio napoletano calerà il sipario per un tour canadese e statunitense che potrebbe risultare quasi permanente. Come uomo e calciatore, Lorenzo Insigne è, resta e sarà – anche dopo il suo arriverderci – un “tema” polarizzante, mai in grado di mettere tutti d’accordo. E questa sua metà di stagione (finale) con il Napoli, per ora a metà tra il chiaro e lo scuro, può generare svariati sentimenti nel tifo. Dall’aspettativa al risentimento, dalla gratitudine all’indifferenza. In molti criticano Insigne per un rendimento che sarebbe in calo. E, in verità, questa critica si ripresenta ciclicamente stagione dopo stagione da ormai tanti anni. Ma – concentrandoci su questa – è davvero così, almeno a livello complessivo?
Alla Del Piero (ma non per il tiro a giro)
Il dato principe delle critiche a Insigne è in verità più che chiaro, ai confini dell’oggettività. Il capitano del Napoli non segna su azione in campionato ormai dall’11 maggio 2021, quando negli ultimi secondi trafisse l’Udinese per concludere il pokerissimo azzurro. Oggi, quasi 9 mesi dopo, Insigne sembra vittima di una stregoneria clamorosa su cui c’è poco da discutere. Se nelle coppe europee la situazione è un po’ migliore (ha infatti siglato uno splendido gol di controbalzo contro la Legia Varsavia nella fase a gironi di Europa League) in Serie A l’assenza di gol su azione di un giocatore così famoso e vincente non può che fare rumore.
Peraltro, la parabola di Insigne in tal senso ricorda quella del suo più grande idolo. Anche Alessandro Del Piero, infatti, nella stagione 1999/2000 visse un lunghissimo digiuno di gol su azione: su 9 gol in quel campionato, infatti, Del Piero ne segnò 8 su rigore, sbloccandosi su azione soltanto alla penultima del torneo in casa contro il Parma. Quella non fu però l’ultima stagione di Del Piero alla Juventus, mentre Insigne avrà inevitabilmente ancora poco tempo per migliorare la sua situazione.
Doppia fase e sostituzioni
Di fronte a un dato incontrovertibile, una condanna è certa? Forse ovunque ma non nel mondo del pallone. Al netto di tanti potenziali gol e punti che il Napoli non ha raccolto per via del digiuno di Insigne, lo stesso capitano è tornato a essere – come d’altronde aveva dimostrato di essere già nelle gestioni precedenti – un vero e proprio maestro della doppia fase. L’esempio più lampante e fresco nel tempo è rappresentato dagli immediati raddoppi di marcature e dalle tante corse in lungo nella partita contro il Barcellona. Ma tatticamente sono anni che Insigne rappresenta un’arma in grado di coniugare conoscenza tattica e capacità offensiva.
Non tenere conto di questo, ovviamente, sarebbe quantomento sintomo di malafede. Come non tenere conto del fatto che, praticamente, in questa stagione Spalletti raramente gli ha consentito di terminare una gara intera. Considerando soltanto la Serie A, in 20 presenze totali Insigne soltanto 3 volte ha giocato tutta la partita, precisamente contro Genoa (giornata 2), Lazio (giornata 14) e Juventus (giornata 20). Inevitabile che anche il più bravo dei calciatori di una squadra possa perdere continuità se gestito in questa maniera. In relazione ai 1442 minuti giocato in campionato finora, non si può non considerare accettabile – se non positivo – un rendimento come quello del capitano.
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I rigori e la personalità
Gol su azione che non arrivano, certo. Ma è anche vero che Insigne ha segnato 6 rigori (con altri sbagliati, quindi il bottino poteva essere più ampio) e servito 5 assist in questa frazione di campionato di Serie A. Immancabilmente, peraltro, il ragazzo non difetta di indicazioni, aiuto, sostegno e personalità in mezzo al campo.
Certo, un attaccante deve principalmente segnare e, quindi, incidere. Ma anche in questo Insigne non si potrebbe criticare più di tanto, dato che i suoi gol hanno fruttato 13 punti alla squadra partenopea.
Insomma: il calo c’è oppure no?
Di conseguenza, ha senso parlare di un reale calo di Lorenzo Insigne? Non c’è forse una risposta univoca a tale quesito. Sicuramente, rispetto anche soltanto all’anno scorso, Insigne è un giocatore molto meno incisivo in zona gol. Ma bisogna anche tenere conto che quest’anno, con Spalletti, gli vengono chiesti compiti maggiormente volti all’equilibrio, così come tutta la squadra sembra meno sbilanciata in avanti rispetto alla mini-era Gattuso. La notizia dell’addio al Napoli anticipato a gennaio, che secondo un certo tipo di giornalismo avrebbe dovuto psicologicamente distruggere il rendimento suo e della squadra, a conti fatti non ha inciso quasi per niente.
Insomma, un calo di Insigne è evidentemente riconoscibile nei numeri (notevoli) a cui spesso questo calciatore ha abituato la platea. Andrebbe però anche considerato il contesto attorno a queste mancanze e, soprattutto, bisognerebbe dare a Insigne il suo valore in base alla dimensione di giocatore totale, tattico e con punte di sacrificio piuttosto che “venderlo” come il fuoriclasse che dovrebbe risolvere le partite a tutti i costi. L’Insigne “operaio” va bene così. Ed è giusto tenerselo stretto fino all’ultimo.
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