Allegri a Napoli, pro e contro: esperienza e gestione, ma non ci sarà spettacolo

Allegri a Napoli, pro e contro: esperienza e gestione, ma non aspettiamoci lo spettacolo

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Massimiliano Allegri ha messo la quinta marcia, ha sorpassato Vincenzo Italiano e si è preso la panchina del Napoli, nell’anno del centenario. Opera e virtù del presidente De Laurentiis, il quale – a quanto si apprende – avrebbe deciso di dare il via libera ad “aggiughina” dopo che Italiano gli aveva chiesto 3 giorni di tempo per decidere. E sappiamo quanto il presidente sia, a volte, particolarmente sensibile all’attesa. Allegri sarà il primo tecnico azzurro dell’era ADL ad aver vestito la maglia del Napoli anche da calciatore (nell’annata 1997/1998, quella della retrocessione “record” in cadetteria).

Dunque eccoci qui: anche in questo caso, un matrimonio che sembrava scritto da anni, già vicino nella scorsa annata e che ora si sta concretizzando con lo scambio di fedi. Allegri non è nemmeno arrivato e ha già polarizzato la piazza: c’è chi lo vede come un allenatore praticamente arrivato, finito, terminato a livello sportivo e chi, invece, pensa che le sue capacità (scegliete voi quali) consentiranno al Napoli di restare al top. Così come avevamo fatto per Italiano, andiamo a dipingere il quadro dell’Allegri allenatore.

Allegri al Napoli: modulo e aspetti di gioco

Abbiamo già visto una miriade di probabili formazioni e/o schieramenti diversi, ma noi non vogliamo fare l’errore di relegare questo allenatore a un basilare 3-5-2. Se c’è un merito che si può dare ad Allegri, infatti, è quello di non essersi mai fossilizzato su un modulo solo. Senza stare a scomodare la stagione scorsa (non per questo, almeno), basti pensare che al Sassuolo, al Cagliari, nella prima esperienza al Milan e anche alla Juventus, Allegri ha saputo svariare a livello di moduli, passando dal 4-3-3 al 3-4-3, finanche al 4-2-3-1 e al 4-3-1-2 in rarissimi casi. Lo schieramento tattico è forse l’ultimo dei problemi, quindi, da imputare a questo tecnico. La maggior parte di essi, infatti, risiede nell’atteggiamento in campo.

A inizio carriera, infatti, Allegri era un allenatore particolarmente offensivo. Proprio al Cagliari si fece notare per aver consentito ai sardi di giocare alla pari con le big anche sotto questo profilo. Al Milan, poi, con i vari Pato, Ibrahimovic, Robinho e Cassano (e, in seguito, anche con Balotelli) fu in grado di valorizzare tutti gli attaccanti e di proporre altresì un calcio moderno, per quegli anni. Ed eccoci arrivati al punto più importante di tutti: il calcio di Allegri, ormai da troppi anni, è tutt’altro che moderno. Se persino Conte, nella sua ultima stagione al Napoli, ha cercato – con risultati scarsi, non dipendenti solo da lui – di diventare un allenatore più offensivo, una volta abbracciata la strada dell’estremo pragmatismo (chiamiamolo così per amore di leggerezza) Massimiliano Allegri non ha più abbandonato l’oscurità. Le sue squadre sono – oggettivamente – spesso un po’ brutte da vedere, senza un’idea di gioco veramente chiara, con pochi spazi per i fronzoli e, in generale, mostrano un deficit di qualità.

C’è però l’altra faccia della medaglia: le sue squadre, nella stragrande maggioranza dei casi, QUANDO TUTTO FUNZIONA sono solidissime. Lo abbiamo visto con il suo Milan scudettato, con l’era alla Juventus, persino nella prima parte della stagione scorsa. Mai come per altri allenatori, le squadre di Allegri girano nel modo corretto perché dipendono soprattutto dagli uomini che devono interpretare in campo il suo pensiero. Parliamo, quindi, di un calcio più di legna e falegnameria che da esposizione artistica. Questo potrebbe creare un po’ di problemi in Europa e nelle partite contro le piccole, che nell’annata appena trascorsa sono state il vero tallone d’Achille della sua avventura rossonera bis.

Allegri, i numeri dell’ultima avventura al Milan

L’ultima stagione, dicevamo. Andiamo quindi ad analizzare un po’ di dati da vertice del suo ultmo Milan in campionato. Tra le cose che sono riuscite meglio ai rossoneri, la precisione nei passaggi (87,3%, il terzo miglior dato della Serie A), la capacità di tirare nell’area piccola (1,3 tiri in media, 4° posto), la predispozione alla ricerca del dribbling (17,1 a gara, con il 5° posto generale). Inoltre, i rossoneri sono stati anche una delle squadre di campionato con meno palloni persi in media (13,9) e con la quinta miglior concentrazione di passaggi chiave in media (10,4). Certo, ci sono anche delle statistiche a tratti orrende: il Milan ha segnato meno gol del Napoli (53, seppur con la medesima media tiri a partita di 13,2 e con un tiro in più in totale in tutta la stagione), con un dato appena sufficiente (51,9%) di possesso palla percentuale stagionale, un ultimo posto nei duelli aerei vinti (11,3 di media) e un dato tremendo sui dribbling falliti (10,6 a gara, 2^ squadra peggiore della Serie A dopo la Roma).

Ovvio, molte di queste statistiche dipendono anche dall’apparato tecnico di una squadra che, oggettivamente, spesso ha lasciato a desiderare in fatto di talento, specie in certe zone di campo. Anche questa è la motivazione per la quale il Milan è poi venuto meno nel finale di stagione. Non che Allegri non abbia avuto responsabilità, con alcune scelte “creative” (mettere Pulisic e Leao, due ali tra le più forti e prolifiche, uno dietro all’altro è stata forse la più assurda).

Allegri al Napoli, perché può funzionare (e perché no)

Però, questo è proprio uno dei motivi per cui, paradossalmente, Allegri al Napoli può funzionare: a rosa completa, troverà una squadra forte. Magari non fortissima, ma comunque – da classifica – la seconda della Serie A, con buonissime possibilità per mirare al vertice.

Ci sono dei pro e dei contro per Allegri in relazione alla sua avventura al Napoli, questo è giusto dirlo, perché non si può fare una caccia alle streghe prima che a parlare sia il campo. Per esempio: Allegri è stato un vincente. Diciamo “è stato” e non “è” perché, oggettivamente, non vince da un po’. Ma – come spesso abbiamo affermato – nessun critico si potrebbe mai permettere di negare un’evidenza del genere. Allegri ha vinto l’ultimo trofeo della Juventus (nel 2024), una Coppa Italia contro un’Atalanta moderna e lanciatissima che, da lì a qualche giorno, avrebbe stracciato l’imbattuto Leverkusen di Xabi Alonso in finale di Europa League. Quando arrivò alla Juventus per la prima volta venne sbeffeggiato in ogni modo e, invece, fu facile poi dimenticarsi di Conte, per i bianconeri. Un altro pro (cioè uno dei motivi principali per cui De Laurentiis l’ha scelto) sta nella sua capacità di gestione: Allegri ha allenato sia giocatori di medio livello che enormi campioni con una personalità ingombrante – pensiamo a Ibrahimovic e Ronaldo, solo per citarne pochi – riuscendo (quasi) sempre a gestirli nella migliore maniera possibile. Ci mettiamo dentro anche l’indubbia esperienza europea (2 finali di Champions League, perse contro 2 squadre oggettivamente più forti), una buona – se non ottima – capacità difensiva e, assolutamente da non dimenticare, un bel po’ di fortuna.

Di contro, chiaramente, ci sono quasi tutte le cose a cui si è già accennato: si tratta di un tecnico che propone un calcio vecchio, antico, anacronistico, chiamatelo come volete. La sua narrazione sui social è diventata tragicomica: si parla di lui come de La Bestia, dell’uomo che ha contribuito a distruggere la modernità del calcio italiano. Se ci si lamentava del gioco di Conte, ora con Allegri ci si strapperà i capelli (e non in senso positivo), perché Conte sembrerà Guardiola. Di certo, De Laurentiis – normalmente un visionario – stavolta è andato incontro a una decisione fin troppo comoda, decisamente poco coraggiosa. Gli allenatori contemporanei liberi a cui affidare la panchina c’erano: pensiamo, al di là di Italiano, a un profilo come Xavi, così come a Glasner, persino lo stesso Grosso poteva essere una soluzione. Invece, stavolta ADL si è rifugiato in una scelta conservativa, forse perché ha capito che è molto importante raggiungere gli obiettivi in termini di piazzamento giocando male piuttosto che rischiare di non farlo giocando bene.

Aiutati, che il ciel t’aiuta

Chiaro che per Allegri il Napoli sia un’opportunità ghiottissima, arrivati a questo punto della carriera. Da tecnico, ha vinto tutto ciò che poteva in Italia, ma è da tanto tempo che non aveva a che fare con un progetto serio, solido, di una società non in altomare. Ebbene, stavolta il Napoli gli offre queste garanzie, che INDUBBIAMENTE negli ultimi ritorni alla Juventus e al Milan non aveva avuto. Si ritroverà quindi con una squadra e una società competitive, gestite in maniera sana e salda. Basterà per tornare a vincere? Questo non lo possiamo ancora sapere. Ma, di certo, lo stesso Allegri dovrà darsi una mano concreta, perché è impossibile pensare di farlo alla solita maniera. Che, ormai, non funziona più.

Il Napoli è una squadra di palleggio – lo ha dimostrato persino con Conte! – con elementi in grado di giocare palla al piede, di creare, di offrire un calcio piacevole e diretto. Starà al mister valorizzare queste caratteristiche e tutti i calciatori disponibili, magari portandosi dietro anche qualche pupillo di vecchie esperienze, senza pretendere da alcuni giocatori sacrifici tattici e di corsa francamente inutili. Ci siamo lamentati del fatto che De Bruyne giocasse spesso a 60 metri dalla porta: ecco, speriamo di non vedere più eresie del genere, a meno di un cambio di ruolo (regista?). La speranza è che, nonostante l’ammirazione e la fiducia cieca in Allegri, il presidente abbia preteso garanzie anche in tal senso.

Massimiliano Allegri al Napoli è una scelta divisiva, forte (nel suo essere comoda) e potenzialmente molto pericolosa. Nel caso, sarà poi responsabilità del presidente assumersi le colpe. Ma, per una volta (e, in realtà, nemmeno la prima), sarebbe bello se fossimo proprio noi a mettere il musetto davanti, come fatto da lui anni fa contro il Napoli (da lui indirettamente quasi definito circense) di Sarri. Nel dubbio, cominciate tutti a intendervene un po’ di più di ippica: non si sa mai.

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