A soli 21 anni, Giorgi Sudakov è già una delle stelle più luminose del calcio ucraino, ma la sua storia va oltre il campo. La sua vita è stata segnata dalla guerra, da una foto che ha fatto il giro del mondo – sua moglie incinta chiusa in un bunker – e dalla voglia di affermarsi nel calcio che conta. A gennaio 2024 il Napoli ha tentato di portarlo in Serie A, ma lo Shakhtar ha detto no. Oggi il centrocampista non esclude un futuro in Italia: «La Serie A sarebbe il campionato perfetto per crescere».
Il mancato trasferimento in Italia
Sudakov conferma l’interesse dei club italiani e spiega: “Ci sono state offerte dalla Juventus e dal Napoli, ma non ho mai detto di no. La decisione spettava al mio club”. In particolare, l’affare con il Napoli era in fase avanzata: “Aurelio De Laurentiis mi voleva, ma lo Shakhtar ha rifiutato l’offerta”, svela il giocatore, che però non chiude le porte: «Vedremo, il campionato italiano mi attira ancora».
L’esperienza con De Zerbi e i suoi idoli
Parlando di calcio, Sudakov sottolinea quanto sia stato importante per la sua crescita l’incontro con Roberto De Zerbi, ex allenatore dello Shakhtar: “In sei mesi con lui ho imparato tantissimo. La sua passione per il calcio è incredibile e mi piacerebbe lavorare di nuovo con lui”. Tra i suoi riferimenti calcistici spiccano due campioni assoluti: Cristiano Ronaldo e Luka Modric.
Il calcio come speranza in tempo di guerra
Ma la vita di Sudakov non è solo calcio. L’invasione russa ha stravolto la sua esistenza, costringendolo a lasciare la sua città natale, Bryanka, oggi sotto occupazione. Ora vive a Kiev con la sua famiglia, dove gli allarmi antiaerei sono una costante: “Quasi ogni giorno dobbiamo rifugiarci nei bunker”.
La guerra ha segnato anche la sua figlia di due anni: “Sa che quando suona l’allarme deve nascondersi. Ha già sentito molte esplosioni”, racconta con amarezza. E aggiunge: “A 20 anni la guerra ti toglie la spensieratezza, ma ti rende più forte”.
Il ruolo dello sport e la percezione della guerra
Sudakov crede che lo sport possa fare molto per mantenere alta l’attenzione sul conflitto: “Non si tratta solo di giocare, ma di identità, resilienza e sostegno”. Secondo lui, il mondo sta progressivamente abituandosi alla guerra in Ucraina: “All’inizio c’era molto più sostegno, ora molti Paesi danno priorità ai loro problemi interni”.
Nonostante tutto, il giovane centrocampista non perde il sorriso: “Dicono che non rida mai? Non è vero! Amo l’umorismo e mi piace scherzare”. Un piccolo spiraglio di leggerezza in una vita segnata da difficoltà enormi, ma anche da sogni ancora tutti da realizzare. E tra questi c’è sempre l’Italia.
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